Wayang
La danza non è altro che una lotta figurata, un combattimento al quale sono state tolte tutte le componenti violente, dove l’aggressività è diventata movimento: uno spettacolo che racconta la violenza riducendola ad espressione.
Ho chiamato questo gallo “Wayang”, parola di origine indonesiana che indica genericamente le forme teatrali e più specificatamente il teatro di figura dove, con sagome ritagliate nella pelle di bufalo e mosse dietro uno schermo di cotone illuminato, vengono rappresentati i racconti spesso feroci dell’epica indiana, come il Mahabharata e il Ramayana, proprio per evidenziare la trasformazione della violenza in gesto, del colpo in carezza.
Questo gallo, con collo di merletto come i cavalieri ritratti nei dipinti di scuola fiamminga, con lame di acciaio come i veri galli da combattimenti, non è altro che un accigliato e sgargiante, quanto innocuo e incantevole lampo di colore in movimento.
L’iridescenza delle piume, le loro infinite sfumature, il variare di tono e quasi di consistenza, in base all’angolo e all’intensità della luce che le colpisce: ho cercato di bloccare un attimo di questa danza, di questo colore in movimento, dandogli profondità con parti in legno di diverse essenze e spessore.
La postura apparentemente aggressiva del corpo, con gli artigli protesi in avanti e le piume del collo gonfie, che ricorda pose di danze rituali o di arti marziali, è smentita dai colori sgargianti, dagli elementi decorativi e dal confronto con il suo omologo ( Scaramouche) armato solo di un frullino per montare le uova.
Per realizzarlo ho utilizzato tessuto di seta e di lana, lamine di ottone e di ferro, ma anche pastelli, pagine di giornali, ecc
Dimensioni; cm 112x145x6
Peso; kg 12
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