Timbuktu
“Timbuktu?”
“Esistono due Timbuktu: una inventata e una reale” diceva Bruce Chatwin.
Questa città dell’africa sub sahariana, per centinaia di anni irraggiungibile e vietata agli europei, nodo fondamentale nel commercio dell’oro, del sale e degli schiavi, è diventata per tutti questi motivi, fonte delle leggende più sfrenate.
Tetti ricoperti d’oro, giardini rigogliosi, ricchezze favolose, crudeltà inaudite, animali mitologici e racconti di viaggiatori mai esistiti: ogni fantasia, ogni esagerazione trovava in Timbuktu un suo scenario ideale, una collocazione perfetta proprio perché non verificabile.
La moderna Timbuktu non è tanto diversa da quella antica ma è lontana anni luci da quella immaginata: il grigio del fango seccato dal sole domina il paesaggio di un agglomerato di palazzi fatiscenti, strade dissestate, baracche, sporcizia,
Nessun tetto d’oro, nessuna incredibile ricchezza, nessun giardino rigoglioso: solo il martello implacabile del sole su questo solitario avamposto ai bordi del deserto del Sahara.
La mia Timbuktu è più immaginata che reale: è ricca di colori, di torri e di tetti d’oro; le costruzioni riflettono il colore del cielo e del deserto; piccole palme e piccoli cammelli si riparano nella scarsa e preziosa ombra; e una scritta, “Che ci faccio io qui?” , da corpo allo spaesamento che tutti noi proviamo quando immaginazione e realtà si scontrano.
Per questa scultura ho utilizzato legno, che è stato colorato, bruciato o inciso, tela juta, lamina di alluminio e di ottone, carta, tessuto, colori ad acqua…e le immagini della mia immaginaria Timbuktu.



